La guerra in Iran mette in crisi l’export auto cinese
Il conflitto militare in Medio Oriente si sta rapidamente riflettendo sul commercio globale e il settore automobilistico cinese, in forte crescita nell’export, è tra i primi a subire le conseguenze. Dopo i raid aerei di Stati Uniti e Israele sull’Iran del 28 febbraio, le rotte logistiche chiave sono state sconvolte, mettendo a rischio spedizioni e forniture.
Dopo i bombardamenti di Stati Uniti e Israele sull’Iran il 28 febbraio, le principali rotte logistiche della regione sono state stravolte. I corridoi marittimi che collegavano Asia, Golfo e Europa sono improvvisamente diventati incerti. Per i costruttori cinesi, che dipendono da una logistica di esportazione su lunga distanza, il tempismo non poteva essere peggiore.
Il porto di Jebel Ali a Dubai, snodo cruciale per la distribuzione di veicoli cinesi verso Medio Oriente, Nord Africa e Asia Centrale, è stato tra i primi a risentirne. Un attacco nella mattina del 1° marzo ha costretto gli operatori a sospendere temporaneamente le attività. Alcuni terminal sono tornati operativi, ma molte compagnie di navigazione hanno interrotto i servizi nell’area, lasciando il porto ben al di sotto della capacità normale.
La situazione è peggiorata quando l’Iran ha deciso di chiudere lo Stretto di Hormuz, uno dei corridoi energetici e commerciali più importanti al mondo. La chiusura minaccia non solo le spedizioni di veicoli, ma anche la catena globale di approvvigionamento di carburante, facendo salire i prezzi del petrolio e i costi logistici in diversi settori.
Fino a poco tempo fa, il settore auto cinese prevedeva un’altra annata di crescita costante. Secondo la China Association of Automobile Manufacturers, le esportazioni nel 2026 erano attese in aumento del 4,3%, fino a circa 7,4 milioni di veicoli. Ora, però, l’escalation nel Golfo mette seriamente in dubbio queste previsioni.
I costruttori cinesi a controllo statale hanno già annunciato la sospensione totale delle attività in Iran. In precedenza, tra i due paesi vigeva un accordo pragmatico: auto e tecnologia cinesi in cambio di petrolio iraniano a condizioni vantaggiose. Con il conflitto attivo, questa catena di fornitura si è di fatto dissolta.
Le compagnie di navigazione ora considerano il Mar Rosso e il Canale di Suez zone ad alto rischio. Molte navi vengono deviate attorno al Capo di Buona Speranza, con un allungamento dei tempi di consegna tra i 10 e i 15 giorni e un aumento significativo dei costi di trasporto.
Anche le spedizioni verso l’Europa ne risentono: una quota rilevante dell’export cinese transitava dai porti del Golfo prima di proseguire verso ovest. L’instabilità di questi hub genera ritardi a catena lungo tutta la filiera.
Alcuni produttori cinesi quotati in borsa sostengono che i loro sistemi di gestione del rischio possano assorbire uno shock di breve periodo. Gli analisti, però, avvertono che un conflitto prolungato potrebbe imporre cambiamenti strategici più profondi.
La Cina potrebbe dover accelerare lo sviluppo di rotte terrestri alternative attraverso l’Asia Centrale o espandere la produzione locale nei mercati esteri. Sono già in discussione operazioni di assemblaggio in Messico e nel Sud-Est asiatico per ridurre la dipendenza dalle fragili catene marittime.
Per un’industria cresciuta spedendo milioni di auto via mare, la lezione è chiara: quando le faglie geopolitiche si muovono, anche la macchina dell’export più efficiente può fermarsi di colpo.